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Tratto da "il Fatto Quotidiano" 10.11.2009
Prima parte
di Maurizio Chierici
Mary de Rachewiltz, figlia di Pound, ha scoperto Casa Pound sfiorando la bancarella di un mercatino di Natale. Per beneficenza offriva piccole cose immerse nei volantini di Casa Pound, profilo del padre in una cornice rosso e nera. "Cosa fare?". Ricorda lo smarrimento. Non capiva. Neanche due righe o una telefonata. Qualcuno aveva rubato nome e memoria senza il garbo di un permesso. I diritti d'autore sono lunghi cinquant'anni. Pound è morto nel 1972. Fino al 2022 gli eredi restano titolari di una proprietà che il testamento attribuisce ad una sola persona: Mary, la quale raccoglie e interpreta le opere con la passione di una vecchia ragazza.
Il padre l’ha voluta per allieva imponendole una disciplina senza tenerezze. Aveva 14 anni. Continua a tradurre, analizzare e scrivere saggi. Ritaglia le notizie dei giornali, non solo italiani. Lavora fra gli scaffali di altri autori ai quali il padre si aggrappava per elaborare le utopie economiche delle quali Mussolini si era liberato con un complimento di circostanza. Era il 1933: non l’ha più voluto incontrare. L’incanto di Mary continua con la tenacia di chi ha attraversato la storia nella convinzione che la storia abbia sbagliato strada. “Legga e mi dica se Pound aveva ragione…”. Scosta le tende sbiadite per scegliere volumi avvolti nella carta leggera che avvolge il prosciutto. Parsimonia che l’eleganza non nasconde. È l’archivio trascurato dalla politica e dalle fondazioni. Mary gli ha dedicato la vita. Rianima pagine lontane-vicine col fascino appena sfiorato dall’età: 84 anni. Ed ecco che Casa Pound allunga le mani e tira dritto.
- Non ha protestato?
“Non li conosco. Protestare con chi? Ho scritto a Giano Accame. Lo avevo incontrato a Milano alla presentazione di un saggio su Pound economista: ‘Vorrei sapere chi sono. I giornali dicono naziskin…’. Risposta sconsolante: ‘Bisogna ringraziare che in questi anni vi siano ancora giovani con certi ideali’. E scopro le sue conferenze a Casa Pound. Anche Caterina Ricciardi (dirige il dipartimento Studi americani all’Università di Roma), presenta libri a Casa Pound. Non capisco. Nelle sue note su Pound analizza l’opera di mio padre con una conoscenza che esclude i luoghi comuni. Pound fascista, Pound antisemita. Invece…”.
- Le Case Pound rianimano la violenza…
“Mio padre odiava la violenza. L’ha ripetuto a Pasolini in una appassionata intervista a Spoleto”.
- Davvero non ha mai messo piede in Casa Pound?
“Una volta, a Roma. Sono arrivati questi rapati, portavano giubbotti di pelle. Ho ascoltato i discorsi, ragazzi ignoranti. Non sanno niente del pensiero di Pound. Voglio dare un consiglio: leggetelo e poi mi dite se era fascista”.
- Ma ammirava Mussolini…
“ Negli anni trenta ha trovato l’ Italia cambiata. Meno corrotta e un dinamismo diverso dai giorni che precedono la grande guerra. Poi le delusioni. Era un americano critico sulla politica americana e lo hanno considerato traditore della patria. E condannato al manicomio… “. Fa capire: quanti americani contrari alla guerra in Vietnam o in Afghanistan dovrebbero finire in clinica ? Nel fervore dei racconti divide le ombre nere tra galantuomini fascisti e altri maramaldi. “ E finalmente il fascismo è caduto, ma l’orrore di piazzale Loreto ci ha sconvolti “.
- Come guarda la destra, signora ? “
“ Non la guardo. Vivo nel mondo dei Cantos. Leggo la Bibbia, Dante e Cavalcanti: come mio padre. Credo che il mondo potrebbe essere meraviglioso se l’agricoltura avesse radici nella terra e non nelle multinazionali “.
- Le Case Pound sanno che non è d’accordo ?
“ Immagino. Forse hanno cambiato logo per coprirsi le spalle e Casapound diventa una sola parola. Ipocrisie “. Respiro il disagio di una figlia impegnata a dimenticare le memorie imbarazzanti del padre, rianimate dall’estremismo di nostalgie che ne usano il nome.
La casa dove è raccolta la memoria del poeta è un castello sottile come un campanile, sgretolato nell’abbandono dei secoli e ricostruito e mai finito cinque volte da architetti stravaganti. Budello di una mulattiera che precipita verso il castello dalle ex stalle delle quattro case di Tirolo trasformate dal turismo in boutique e piccoli alberghi; stradina coperta da un velo d’asfalto. Il santuario di Pound si chiama Brunnenburg, ultimo proprietario il principe Boris de Rachewitz, egittologo nato a Roma da madre russa. Nel ‘47 ha sposato Mary. Il cortile ricorda l’aia di una campagna dove pascolano due asini grigi. Scale a chiocciola che scalano i piani senza pietà. La signora sale e scende per accompagnare i visitatori del museo. Dà lezioni agli studenti di due università del North Carolina: arrivano per scoprire non solo il poeta. Mary li educa all’archeologia agraria. Scosta altre tende: le scarpe, i vestiti, i cappelli del padre. Entriamo nella sala da pranzo: tavolo e sedie che Pound ha fabbricato da solo. Sega, tenaglie e martelli appesi al muro come trofei di caccia. Nell’angolo, la vecchia Remington, tasti che ingialliscono. “Mio padre ripeteva: a uno scrittore servono poche cose e deve farle con le proprie mani”. L’adorazione si affida a parole rispettose: parla sempre di “Pound”, qualche volta “mio padre”. Chissà se l’ha mai chiamato papà.
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